“Frangar, non flectar”. Quando cambiare al Genoa è mettersi alla prova

Frangar, non flectar“. Mi piegherò, ma non mi spezzerò. Lo si trova scritto in Piazzetta Santa Croce, in pieno centro storico, nell’architrave di un palazzo che a suo tempo doveva trovarsi a ridosso delle mura, a piombo sul mare.

In qualche modo del piegarsi e del non spezzarsi se ne parlava anche nella trasmissione “Genoa Inside” di martedì sera scorso in compagnia, tra gli altri, del dottor Tenconi, allenatore Uefa B, che ci raccontava come il lavoro di una squadra di calcio, in allenamento, si divida in macrocicli, mesocicli e microcicli (clicca qui per rivedere la trasmissione). Il Genoa, nell’affannoso macrociclo di questa stagione, ha avuto proprio a metà del suo percorso un cambio della guardia con l’esonero di Juric e l’arrivo di Mandorlini, e per quel poco che si è potuto vedere il lavoro, l’impostazione dei programmi e delle sedute e la tabella di marcia sono cambiate, con riflessi magari impercettibili ma inevitabili sulle caratteristiche psico-fisiche dei calciatori rossoblu. Ora bisognerà vedere se, piegati dai risultati, ci saranno le forze per non spezzarsi.

Nessun alibi comunque: al Genoa, oggi, si deve e si può fare di più. Ne è convinto anche Ivan Juric, il quale in un’intervista rilasciata al sito ufficiale dopo il suo ritorno a Villa Rostan (clicca qui per leggerla) ha espressamente detto che

bisogna dare tutto e non pensare a niente con l’obiettivo di giocare con il cuore e tirarci fuori prima possibile. In questo momento servono i giocatori e serve il pubblico. Spero ci dia una grande mano, dobbiamo dimostrare di essere genoani e avere il sostegno della nostra gente anche se non lo meritiamo”.

Sono state parole emblematiche di chi conosce, da dentro, l’ambiente rossoblu. Di chi è tornato a dirigere la squadra che in estate gli aveva dato l’onere – e l’onore – di sostituire Gasperini, uno dei pochi allenatori che sulla panchina del Vecchio Balordo hanno sempre garantito stabilità. L’uomo dei ritorni di fiamma, come già aveva fatto capire a Crotone quando tornò, nella stagione 2005/2006, per sfiorare con i pitagorici una storica qualificazione ai play-off: sarebbe stata l’anticamera dell’impresa Juric e del premio alla carriera alla guida del Genoa.

Il tecnico di Grugliasco non è stato dunque esonerato una sola volta nella sua carriera. Non soltanto insomma nel novembre 2010 dopo la sconfitta per 1-0 di Palermo, quando gli subentrò Davide Ballardini. “Ho grandi motivazioni” avrebbe raccontato quest’ultimo al sito ufficiale del Genoa, ed effettivamente dimostrò che le cose stavano proprio così. Primo obiettivo: allontanare la zona retrocessione, che non distava nove punti come oggi, ma solamente tre.

Ballardini fece un ottimo lavoro, vinse entrambe le stracittadine e conquistò, in 28 partite alla guida dei rossoblu, 43 punti. Aveva insomma una media punti di 1,5 a partita, utile perché il campionato del Genoa fosse da ritenersi dignitoso, da parte sinistra della classifica, da decimo posto. In altre parole, fu un cambio azzeccato e ben calibrato.

I cambi di direzione tecnica, nel Genoa privo di Gasperini o di Ballardini, sono proliferati negli anni a venire, quelli che avrebbero portato al traguardo dei 10 anni di Serie A. Il campionato 2011/2012, chiuso al quartultimo posto con 42 punti, avrebbe visto sommare i 21 punti fatti da Malesani (esonerato dopo il 6-1 contro il Napoli e poi richiamato con scarsi risultati), i 13 di Marino e gli 8 di De Canio. Tre avvicendamenti in un anno, con De Canio che verrà confermato e che guiderà il Genoa sino alla 9° giornata del campionato successivo, nel quale si vivrà ancora un triplice avvicendamento.

Addirittura, sul sito Gianlucadimarzio.com, si sarebbero lette alcune parole a caldo di De Canio dopo il licenziamento: “sono un uomo di calcio, so che quello che hai fatto il giorno prima, il giorno dopo non vale. Vado via con la coscienza pulita e convinto che questo Genoa potrà far bene”. 

E il tecnico effettivamente abbandonerà la causa rossoblu con 9 punti fatti in otto sfide, incrociandosi con il subentrante Delneri, già blucerchiato qualche stagione prima. Il tecnico di Aquileia sarà rossoblu dalla nona alla 21esima ma metterà in bottega soltanto otto punti, perdendo in casa contro il Catania e lasciando a Davide Ballardini, una seconda volta, l’incarico di togliere le castagne dal fuoco in casa rossoblu. Il Genoa è infatti virtualmente retrocesso e terzultimo con soli 17 punti.

Occhiali da sole alla mano, Ballardini conquisterà nuovamente il tifo rossoblu uscendo con le lenti appannate dalle lacrime in più di una occasione. I 21 punti conquistati sino al termine della stagione varranno al Genoa la salvezza. Sommando il non facile lavoro fatto nelle due parentesi alla guida di un Vecchio Balordo chiamato a salvarsi con una rosa che avrebbe potuto avere numeri ben migliori, Ballardini aveva fatto 64 punti in 45 partite. Della gestione Preziosi era l’avvicendamento più azzeccato di tutti e lo confermavano risultati e numeri.

Con la stagione 2013/2014, aperta da Liverani e chiusa con Gasperini, il Genoa riacquisisce una stabilità tecnica che mancava da ormai tre anni. Saranno tre stagioni decisive, in cui Gasperini consoliderà la sua posizione e diventerà il secondo allenatore, dopo Garbutt, per presenze sulla panchina rossoblu. La stabilità tecnica, pur con qualche periodo di crisi come la lunga striscia negativa di risultati delle stagione scorsa, assicurerà al Genoa una costante tranquillità in materia di lotta salvezza.

Senza rispolverare tempi antichi, gli “a volte ritornano” al Genoa hanno raccontato storie incredibili e indimenticabili, come quella del Professor Scoglio che per tre volte, a distanza di mesi o anni, insegnò calcio nella piazza rossoblu rinunciando persino ai Mondiali con la Tunisia, e altre un po’ meno attraenti e romantiche, come visto sopra. Cambiare a Genova, del resto, non è mai cosa semplice o banale perché sovverte delicati equilibri e per farlo servono le giuste considerazioni. Genova – e non solo il Genoa – sono così da sempre, da quando trasportavano in Medio Oriente tutti quei cittadini di origine straniera che nessun altro avrebbe voluto sulle proprie imbarcazioni. Qui non si fanno mai scelte banali.

Oggi il cambio della guardia ha previsto che Juric tornasse là dove il suo lavoro era apparso, un po’ a tutti, non concluso. Dopo il miracolo di Crotone, il tecnico di Spalato aveva cominciato come meglio non si potesse fare alla guida del Genoa, prima di aprire una lunga striscia di sconfitte, spesso sfortunate o vittime dei dettagli e della assenze, che hanno fatto arrivare sotto la Lanterna un allenatore rodato come Mandorlini, la cui paternità dei quattro punti fatti contro Bologna ed Empoli deve essere rivendicata a gran voce dal momento che quei punti risultano inequivocabilmente già oggi fondamentali per la classifica del Genoa.

Insomma, cambiare a Genova insegna che a volte le parentesi si possono chiudere o riaprire, ma nel mezzo devono trovarvisi allenatori che nel periodo di riflessione abbiano valutato ciò che di positivo e negativo è stato fatto. Come tutti, anche Juric lo avrà fatto attendendo di prendersi la sua rivincita personale. Per sé stesso e per tutto l’ambiente rossoblu.