Il punto per cui Martìn perse la cappa

Mi sembrava di vedere quella scena celeberrima di Kill Bill e precisamente il primo piano di Uma Thurman che ha la pistola puntata contro il bulbo oculare, mentre si trova a terra sanguinante, destinata a sicura morte.Perché così eravamo. E preferisco esprimere la situazione in questo modo, senza scomodare il numero di gradi in geometria o quello di radianti in trigonometria…

La paura (anzi il terrore) faceva lo stesso numero.

Ma spesso, quando si pensa che l’epilogo non possa che essere uno solo, succede qualcosa che fa cambiare radicalmente gli scenari, perché, come dice il grande Lanny Kravitz, “It ain’t over, till it’s over”: non è finita, fino a che non è veramente finita.

Domenica sera scorsa, affranto dopo due notti di incubi pre-Palermo, mi auguravo disperatamente che i capitolini battessero la Juve. Tutti sapevamo che, se la Juve fosse giunta allo scontro col Crotone da campione di Italia, avrebbe schierato una squadra assai distratta da incombenti più stringenti.

Ricordate la Juve certa della serie A all’ultima giornata con il bisognoso Spezia? Ebbe problemi a perdere in casa?

Ma domenica scorsa è arrivata la vittoria della seconda squadra di Roma (1927), passata per giunta in svantaggio, con i bianconeri che già pregustavano lo scudetto in casa della storica rivale.

È cambiato tutto e anche le mie notti – quelle “di un amore disgraziato” cantato da Claudio Baglioni – non sono più state popolate da incubi, stranamente.

Il Genoa sapeva che la Juve avrebbe schierato la squadra migliore ed avrebbe vinto per chiudere subito la pratica scudetto e rilassarsi prima di Cardiff.

A questo punto sarebbe bastato il pari contro il Torino. Questo ha consentito di fare la stessa partita giocata contro Lazio ed Inter.

Il Genoa che aveva giocato per vincere a tutti i costi con le piccole non aveva quasi mai vinto, ma perso spesso.

Riavvolgiamo il nastro.

A Natale, tacciato di grossolano pessimismo, dopo la sconfitta di Palermo, avevo detto che il Genoa avrebbe dovuto pensare a salvarsi in vista di un ritorno privo di Veloso e con un calendario decisamente peggiore.

Il Genoa doveva salvarsi entro la metà di marzo, facendo i punti abbordabili.

Io ero però convinto che, alla fine, la campagna trasferimenti invernale avrebbe aggiustato le cose, come avvenuto sempre in passato (vedi arrivi di Portanova e Manfredini a peso d’oro).

Non è stato così, forse perché tra due anni c’è lo spauracchio della parità di bilancio.

La società non si è azzardata a spendere, magari troppo e male, per un campionato giudicato già in archivio. Così facendo, ha compiuto un azzardo quasi peggiore.

Attualmente, il mercato invernale è stato disastroso. Poi spero che, magari, rivaluteremo qualcuno.

Alcune premesse hanno portato a conclusioni errate. Rincon non era più quello di un tempo. L’avevo già fatto notare a commento della partita dell’andata di Crotone (la seconda di campionato), così come avevo osservato che non mi sembrava che la squadra avesse la scintilla offensiva (la qualità). Ocampos non saltava un uomo, uno.

Tuttavia se un Rincon volitivo fa’ sfiorare l’Europa (per la gioia di tanti, non mia), un Rincon meno voglioso garantisce comunque filtro a centrocampo, ma, soprattutto, non fa rischiare la retrocessione…

Era altrettanto vero che Pavoletti aveva giocato poco ed era esploso Simeone.

Ma il livornese è un centravanti completo (con qualche problemino fisico, mi sembra) che bisognava vendere (così come Rincon), sostituendolo peraltro con uno con le stesse caratteristiche (un Avenatti o chi per lui).

Invece si è preso Pinilla che ha fatto un assist (Empoli) in tutta la sua seconda esperienza, confermando le spigolosità caratteriali (vedi espulsione) e, soprattutto, i problemi fisici che già conoscevamo e che non gli consentono un impiego costante.

E abbiamo giocato tutto un girone di ritorno con un centravanti che si dannava l’anima, ma, per probabili motivi di relativa prestanza fisica, non riusciva a far salire la squadra o a fraseggiare con i compagni, perdendo quasi tutti i contrasti, terrestri ed aerei. Per la legge dei grandi numeri, se ripartono sempre gli altri e non hai centrocampo che fa filtro e protegge la difesa, finisci per andare sempre in grave difficoltà, perdendo autostima.

Simeone è un grande attaccante da area, che bisogna sostenere e servire diversamente: noi abbiamo una squadra senza troppa qualità, fragile caratterialmente e senza centrocampo. A quel punto, cosa ci servivano i cross (spesso sbilenchi) di Lazovic e di Laxalt?

Abbiamo fatto la preparazione con Pavoletti, ritrovandoci a giocare con un centravanti diverso che avrebbe avuto bisogno di altra costruzione, qualità e presenza sul campo, per rendere adeguatamente.

I gol che ha fatto sono tanti? Sicuro.

Quanti assist ha fatto?

Non stò criticando il giocatore, che ha dato l’anima e, con un anno di esperienza sulle spalle, avrà sicuri margini di miglioramento.

Stò criticando la scelta strategica sbagliata della società.

Senza svenarsi, si poteva prendere l’Avenatti di turno e si avrebbe avuto un piano B. Invece, abbiamo solo rischiato la B…

Ocampos ha deluso come attaccante, anche se si faceva tutta la fascia in fase di contenimento e, se era necessario, portava a casa anche un po’ di legna…

Ocampos faceva numero, almeno come garra. Taarabt?

E che dire del mio amato Palladino? Ha più qualità di Ocampos, ma è dura chiedergli di tornare a difendere.

In questo quadro di squilibrio e di depauperamento, avevamo un centrocampo che assomigliava al buco che c’è nella parte bassa del flipper, in cui finisce sempre per passare la pallina…

L’anno prima c’erano Džemaili, Rincon (il fratello più buono) e Tachtsidis.

Quest’anno c’era solo una certezza (?), Miguel Veloso, che è stato fuori quattro mesi e, soprattutto, è mancato nel periodo cruciale della stagione: l’inizio del girone di ritorno che doveva consacrare la salvezza conquistata nel girone di andata con alcune partite abbordabili.

Sì, perché all’andata le squadre grandi le avevamo incontrate in casa, facendo la stragrande maggioranza dei punti. Al ritorno le avremmo incontrate fuori più indeboliti, mentre con le piccole rischiavamo di evidenziare tutti i difetti denunciati all’andata, magari amplificati dal lento inserimento dei nuovi..

Veloso si è fatto e rifatto male (rischiato dall’inizio in una partita chiusa come quella di Napoli e perso per Pescara), sono arrivati giocatori da inserire in condizioni fisiche o psicologiche spesso precarie, si sono perse certezze e punti di riferimento in campo e nello spogliatoio (Pavoletti, Rincon, Perin, Veloso).

Si sono sbagliate partite di sangue contro il Crotone ed il Sassuolo che dovevano sistemare definitivamente una classifica che è rimasta immobile. Ma si pensava solo a sbandierare la differenza di punti con il Palermo.

E dopo una serie di sconfitte strameritate (Inter e Torino a parte), siamo arrivati alla madre di tutte le frasi.

Dopo 24 partite giocate e 14 ancora da giocare, si arriva in vista di Pescara che cambia puntualmente allenatore, proponendo l’unico che avrebbe potuto creare un po’ di entusiasmo dopo lo sgomento degli automezzi incendiati…

Gli slogan si sprecano.

“Domenica è la madre di tutte le partite”, “Domenica bisogna vincere a tutti i costi”, “Domenica è l’ultima spiaggia in vista di un calendario che potrebbe complicarsi”.

Zero punti.

E dopo altre pessime figure e la parentesi poco gloriosa – ma fondamentale – di Mandorlini, si arriva alla vigilia della partita con il Chievo. Il calendario è quello che è e molti cominciano a chiedersi dove mai potremmo vincere, se non con il Chievo. Si sprecano nuovamente le solite frasi perentorie da dentro o fuori: “Questa è la partita più importante degli ultimi anni, dopo Genoa – Salernitana”.

Zero punti.

Finché si è arrivati all’infausta gita fuori porta di Palermo, ennesima “madre di tutte le partite” etc …

Zero punti.

Se ci avessero detto a priori che avremmo fatto solo un punto tra Sassuolo, Pescara, Chievo e Palermo, avremmo fatto le barricate in Corso De Stefanis. Ebbene, con quel maledetto punto (che non abbiamo fatto perché non serviva), dopo 20 minuti di Juventus – Crotone saremmo stati già salvi con le infradito ai piedi, anche rimediando un’altra cinquina casalinga dai Sinisa’s Boys.

Questa è una costante storica del Genoa, con i tifosi più abbronzati del pianeta, visto che le ultime spiagge da noi sono assai anticipate. La stagione balneare dell’ultima spiaggia inizia mediamente a dicembre – gennaio, in pieno inverno…

E non voglio pensare se di punti ne avessimo fatti due…

Negli annali resterà che non abbiamo fatto la fine di Martìn, anche senza quel dannato punto.

Ma la lezione deve servire per il futuro.

La partita della vita la gioca chi è sotto di 14 e più punti, non chi è sopra!

Tanti non si dànno pace e non si spiegano come mai il Genoa sia crollato dopo la sconfitta casalinga con il Palermo (quella veramente sfortunata ed ingiusta).

A me non sembra così difficile da spiegare.

Nel girone di andata c’erano Veloso e Rincon (pur a mezzo servizio), Simeone stupiva e la squadra correva a mille. Magari qualcuno dava il 110%, pensando che a gennaio avrebbe ripreso fiato perché sarebbero stati disponibili dei rinforzi

Improvvisamente la birra a gennaio è venuta meno, e siamo rimasti senza Veloso, Rincon e senza un centravanti in grado di finalizzare l’unico gioco che il Genoa sapeva articolare (pressing alto, corsa sulle fasce e cross).

Non c’era un uomo (uno) in grado di caricarsi la squadra sulle spalle, non c’era un uomo con la scintilla sulla trequarti, non c’era un giocatore che sapesse saltare l’uomo nell’uno contro uno…

Da Njang, Perotti, Falque, Suso, lo stesso Cerci al nulla…

Sicuri che non ci sia una spiegazione al crollo verticale in rotta di collisione con la serie B?

Ma davvero ci si stupisce se il Genoa facesse più bella figura contro le grandi difendendosi e ripartendo, specialmente quando c’erano certezze, autostima e birra nelle gambe? Ma davvero ci si stupisce se contro le piccole abbiamo ceffato quasi tutte le partite (6 punti al Palermo, 4 al Pescara)?

Ed in questo quadro di palese indebolimento, aggiungiamo le autoreti beffarde all’inizio di Pescara e Palermo, la squalifica di Izzo, la rinuncia a cuor leggero ad Edenilson (affidandosi al solo acciaccato ed incostante Lazovic) e la dipartita di Orban, consegnandoci allo scontro con il Palermo una rosa di soli tre difensori…

Sicuri che tutto sia inspiegabile?

Capitolo tifosi.

Ora tutti ci spertichiamo nel lodare la Gradinata Nord con il Torino.

Ma dove eravamo (parlo al noi) quando c’era bisogno di punti con il Bologna? Dove eravamo quando per settanta minuti con l’Atalanta si è pensato ad altro senza un coro per il Genoa?

Dove eravamo quando qualcuno esultava per i cinque gol dell’Atalanta e per il pareggio del Crotone a Torino? Dove eravamo quando si annunciavano i gol del Cagliari a Palermo nel silenzio generale?

Abbiamo mica atteso di essere con l’acqua alla gola?

Abbiamo mai pensato alla salvezza prima di Genoa – Inter?

Abbiamo mai pensato alle reali conseguenze di una caduta in B, con o senza paracadute?

Un mio grande amico di gradinata, ex illustre della Fossa dei Grifoni, mi ripete sempre che la tifoseria riflette la squadra.

Beh? Come siamo messi?

Siamo mica un po’ in sofferenza ed in confusione?

Io sono molto confuso.

Se considero la mega contestazione illustrata e canora al Presidente, sembrerebbe che le colpe di tutto questo siano di chi comanda il vapore.

Però, vedo anche che si è mandati a quel paese i giocatori, con le manine agitate in direzione di una qualche parte del mondo passando per il sottopasso dei distinti, addirittura dopo la salvezza. Quindi, moltissime colpe sembra siano anche dei giocatori.

A me dicono che sono drastico, ma io vedo due alternative.

Se chi comanda ha smantellato la squadra sulla scommessa che fossimo già salvi (ma non mi sembra l’unico ad averlo pensato, quanto meno prima di Genoa – Inter), quelli che sono andati in capo smantellati hanno fatto quel che potevano…

Se invece la squadra non era da retrocessione ed aveva dei valori, allora potrebbe essere un po’ esagerata la contestazione al massimo dirigente (che ha fatto comunque la peggiore stagione dal suo insediamento).

Io credo che le responsabilità siano state soprattutto nel salto mortale senza rete fatto dalla società a gennaio. E la squadra andava sostenuta un po’ prima di Genoa – Inter.

Tuttavia, noi genoani, come qualsiasi altra tifoseria italiana, non accettiamo la sconfitta e rifiutiamo l’idea che la nostra squadra meriti un destino infausto per via del fatto che altri siano più forti o giochino meglio. In questi casi, a Genova, come a Pescara, come a Napoli, vengono fuori le solite dietrologie: “i giocatori sono indegni”, “levatevi quella maglia”, “non fate vita da atleti” anche se qui non incendiamo macchine e non prendiamo a sberle i giocatori, come hanno fatto recentemente altri anche non lontano da noi (senza l’evidenza che, naturalmente, i media dànno solo a quello che “non” facciamo invece noi).

Il nostro ambiente ha un equilibrio molto precario, con infinite spaccature e distinguo. Mi sembra quasi di pensare alle varie attuali fazioni in Libia o al popolo arabo prima dell’avvento di Lawrence d’Arabia.

C’è una grande contrapposizione tra la tifoseria ordinaria e quella organizzata.

A volte, quando parlo con un esponente della tifoseria organizzata, mi sembra quasi che i ragazzi in balconata vedano la tifoseria ordinaria come un agglomerato di pecore, anche se ribadisco che questa è solo una mia impressione, sicuramente sbagliata.

Tuttavia, come dicono i matematici, “ragionando per assurdo”, per un momento mettiamo in ipotesi che la tifoseria ordinaria (di cui io faccio parte) sia costituita da un branco di pecore senza arte né parte.

Bene.

Un buon pastore deve preoccuparsi solo di quelle che lo seguono da vicino o deve preoccuparsi anche di quelle che tardano o si perdono?

Un buon pastore non deve forse preoccuparsi di condurre tutte le pecore al recinto?

Io dico di sì.

Se no, non deve fare il pastore, ma deve allenare una decina di atleti che abbiano gli stessi suoi obiettivi e ritmi.

E allora, chi si assume, con grande onore, ma anche con grande onere, questa responsabilità, fuor di metafora deve indurre le pecore a seguirlo. Deve conquistare il rispetto e la fiducia delle asserite e vituperate pecore.

Succede questo allo stadio?

No.

Se quei benemeriti (e lo dico senza nessuna ironia e con gratitudine) si limitano a seguire la squadra in tutta Italia (pur con tutta l’ammirazione e l’onore del caso), non fanno trenta e tanto meno trentuno.

Perché i cori sono sempre accelerati ? Perché possano seguirli solo in trecento? Perché gli altri siano senza voce dopo cinque minuti di partita?

Non è meglio rallentare un minimo i cori e far cantare tutti come successe sullo 0-3 di Genoa – Atalanta nel 2003 o sullo 0-5 di Genoa – Inter nel 2008?

Ma è proprio necessario sbandierare tutta la partita e calare dal piano di sopra degli striscioni lunghissimi, impedendo a molti di vedere la gara?

Queste cose non trovano il compiacimento di chi le subisce e dànno l’impressione che alcuni siano decisi a fare a meno degli altri o di fare come se questi ultimi non esistessero: e se non vi sta bene “goodbye my friend, it’s not the end”, come direbbero le Spice Girls, private di Geri Halliwell.

Tutto questo porta ad una Gradinata unita?

No, ed è una sconfitta per tutti, sia per quelli che puntano l’indice contro la balconata, sia per quelli che popolano la stessa balconata.

Noi non abbiamo tornei organizzati da anni che fidelizzano tutti coloro che in famiglia non hanno simpatie calcistiche. Ogni singolo frequentatore della Gradinata è importante, non solo per il futuro della Gradinata, ma anche per quello del Genoa. Non possiamo permetterci di perdere nessuno.

I leader nascono prima dei seguaci.

Ma prima devono sapere essere e dimostrarsi leader per conquistarsi la fiducia e l’ammirazione dei seguaci.

Anche la tifoseria ordinaria ha le sue colpe.

Si fa sentire solo per fischiare chi contesta il Presidente o per urlare loro “buffoni!”.

Però, se la Tifoseria organizzata non sostiene il Genoa, loro che fanno? Assistono in silenzio, distratti da smartphone, tablet e martingale?

Se non prepara la coreografia per il derby, la tifoseria organizzata è criticata.

Se la prepara, la tifoseria ordinaria si disinteressa completamente delle indicazioni di quelli che hanno sacrificato il loro tempo e le loro notti a tagliare e a cucire.

Sento dire “ma non glielo chiede nessuno di farlo”, magari da quegli stessi che poi si lavano la bocca nel bar con la coreografia della Gradinata Nord.

C’è troppa ruggine tra le parti e questa ruggine va scrostata con un gran bagno di umiltà, perché il fine è quello di unire tutti nel segno del Genoa, non nel segno “dell’io l’avevo previsto”.

È ovvio che ognuna delle parti si deve guadagnare il rispetto dell’altra.

È imprescindibile, sempre che si tiri al bene comune.

Siamo come le cinque dita di una stessa mano: senza unità, quella mano può alzarsi in senso di resa, ma con l’unità, può intimare lo stop a qualsiasi avversario.

E temo che a fare il primo passo, onori ed oneri, sia proprio la tifoseria organizzata.

Anche alzare i toni della protesta contro la società in momenti assai critici non è così salutare.

Il Presidente, dal canto suo, sbaglia a replicare e a gettare altra benzina sul fuoco. Così come sbaglia chi lo va a stuzzicare su queste tematiche, sapendo già che reagirà suscitando nuovi veleni e generando ulteriori reazioni a catena.

In certi frangenti, è meglio abbassare i toni, evitando di mostrare i muscoli.

In mezzo c’è il Genoa…

Per la verità, anche la replica del Presidente alla contestazione con l’Atalanta, direi che è stata un po’ esagerata.

Ho vissuto tutte le contestazioni da Fossati a Dalla Costa.

Ricordo la canzoncina folcloristica e un po’ “forte” nei termini elaborata per Fossati e riadattata per Spinelli.

Ricordo quella elaborata per Dalla Costa ed ora riadattata per l’attuale Presidente.

La contestazione è contestazione e non vuol dire null’altro. Non credo che nessuno intendesse offendere gli affetti del Presidente. Le canzoni ed i cori sono gli stessi dalla notte dei tempi. C’è qualcuno che dice che c’è uno stesso striscione già pronto per ogni evenienza (vattene).

Personalmente, io avrei evitato una contestazione in quel momento, ma non posso impedire ad altri di manifestare il proprio malcontento. Non che ne mancassero i presupposti.

Dell’arringa di Preziosi dopo l’Atalanta, ho apprezzato una frase: “la sconfitta non è una vergogna, fa parte delle regole del gioco”. Varrebbe per ogni tifoseria, soprattutto italica.

Anche se però, ad esentare l’oste dalle sue responsabilità, non basta la sua stessa ammissione di non aver somministrato cioccolato ai conviviali, ma qualcosa che vi assomiglia, con un gusto molto peggiore e diverso…

Poi, ovviamente, capisco che non faccia piacere sentire cori che si riferiscano alla mamma o a quant’altro. La volgarità (e ovviamente la violenza) va sempre condannata, ci mancherebbe.

Ma qualcuno ha mai pensato a censurare i cori che si sentono prima o dopo il Palio di Siena?

No. Fanno parte del gioco.

Non credo che gli affetti del Presidente fossero i bersagli della contestazione e non penso che quella fosse l’intenzione.

Il modo era sbagliato, il momento anche, la critica no.

Gli ultrà, nel bene e nel male, sono spesso un po’ eccessivi. Ma bisogna confrontarsi con loro sui contenuti, non solo sulle forme, non solo sugli slogan e non solo sulle frasi fatte.

Capitolo allenatore.

Ricordo un Bologna – Genoa 0-0 ed uno striscione: “noi vogliamo Ballardini”. Ed arrivò Liverani.

Ricordo gli appelli pro Gasperini: e arrivò Juric.

Anche Juric non è esente da colpe. A Natale, vuoi per gli infortuni, vuoi per le cessioni, vuoi per l’ambientamento dei nuovi, bisognava pensare con molta umiltà a fare qualche bel 0-0 in attesa di tempi migliori.

In realtà il croato ha perso la bussola.

E se siamo sinceri, dopo Pescara, quanti hanno detto “non lo voglio più vedere al Genoa”?

C’è qualcuno che si è lamentato per l’inevitabile esonero?

Tuttavia, se gli hanno smantellato la squadra, a parer mio, il buon Juric ha fatto un miracolo, altro che errori.

Capitolo prospettive ed immediato futuro.

Personalmente, io non sono aprioristicamente né pro e né contro Preziosi.

Giudico in base a quello che vedo e, comunque, non dimentico tutto quello che di buono ha fatto in base ad una profonda competenza calcistica. I meriti (tantissimi) sono innegabili.

Però, proprio per quella competenza, ciò che è successo quest’anno è veramente censurabile.

Da questo a dire “Vattene”, ce ne passa.

Spesso sento dire che nessuna squadra di serie A è rimasta un minuto senza Presidente.

Può essere. Io mi ricordo di una feroce contestazione dei Tifosi Granata che contano (a proposito, chapeau) contro Cairo “braccino corto”. E che dire dell’inveterata simpatia dei Laziali verso Lotito?

Sarà appetibile la Lazio per bacino di utenza ad uno che volesse entrare nel calcio?

Avranno fatto capire i tifosi biancocelesti, con le iniziative più clamorose, che vorrebbero un altro presidente rispetto a Lotito?

E in quanti si sono presentati a prendere le redini di Lotito?

Se Preziosi consente al Genoa di passare indenne attraverso la parità di bilancio del 2018, io dico “Viva Preziosi”.

E a quelli che non sono d’accordo e dicono “tanto peggio, tanto meglio, tanto noi ci saremo anche nei dilettanti” rispondo “benissimo, ci sarete voi, ma non ci sarà più il Genoa Cricket & F.C. 1893”.

Che cosa conta di più?

L’ammirevole e sicura presenza anche nei dilettanti o la continuazione del Genoa 1893?

Mentre uscivo dallo stadio dopo Genoa – Torino, il discorso più ricorrente che ho sentito è “ora cerchiamo di non fare il Palermo dell’anno prossimo. Vedrai. Si vende tutti e l’anno prossimo faremo il calvario del Palermo”.

So già quello che accadrà.

Tra poco partirà la campagna contro l’abbonamento: abbonarsi sarà come esprimere gradimento all’attuale dirigenza: “facciamo un sacrificio, ma non abboniamoci. Per il bene del Genoa”, sentirò dire.

Bene io dico subito che farò l’abbonamento, perché io mi abbono al Genoa, non a Preziosi, non a Milanetto, non a Struttura, non a Pavoletti e non a Rincon. Chi si abbona a Pavoletti e Rincon è un tifoso da teatro, che fischia quando la prestazione non è all’altezza o che si lamenta che gli hanno cambiato le carte in tavola in corso di contratto.

Io faccio l’avvocato e penso di sapere cosa è un contratto.

Ma l’abbonamento è un atto di fede, non un diritto ad una prestazione contrattuale.

E la partita con il Toro dimostra che, se ci siamo tutti o quasi, per gli altri può diventare molto complicato uscire indenni da Marassi.

Riportiamo la gente al Tempio, coinvolgiamola, ascoltiamola, cerchiamo di trascinare chiunque voglia bene al Genoa.

La Società studi iniziative per riportare la gente allo stadio, senza limitarsi a fare entrare chiunque (anche quelli che volevano sincerarsi del decesso prima di celebrare il funerale) nelle partite della disperazione.

C’è bisogno di tutti. Il Grifone ha bisogno di tutti. E non solo nel testo di qualche coro.