VAR…icocele

Non sono i fischi a far giudicare la prestazione di un arbitro ma l’applicazione delle regole

Il VAR dopo 5 mesi circa, alla fine del girone di andata, è diventato come la vecchia Moviola: le discussioni durante e alla fine delle gare sono all’ordine del giorno. La nostra idea di chiamare la rubrica VAR Sport al posto di Bar o Moviola è stata premonitrice. I tre punti fondamentali del protocollo sul VAR all’inizio della sperimentazione:

1) Chi decide il ricorso al video? Può essere l’arbitro centrale a chiedere un parere a quello video, ma può essere anche quest’ultimo a segnalare una situazione sfuggita in campo;

2) Chi decide sull’azione? Nella maggior parte dei casi l’arbitro video, anche per evitare troppi stop al flusso di gioco; soltanto se la situazione non è chiara l’arbitro vedrà le immagini;

3) I casi da regolare? Gol, rigore, espulsione diretta ed errore di identità. È già saltato, sono già saltati.

Il ricorso video sulle immagini tv rallentate sembra più richiesto dai giocatori che dall’arbitro. Le immagini del VAR, che dovevano essere segrete, sono ora pubblicate su giornali e televisioni e non solo guardate dal direttore di gara in diretta con qualcuno alle spalle.

Dopo Zenga e la voglia di consultare il VAR con l’arbitro, il colpo di TV è stato di Fabio Caressa nella trasmissione di Sky Calcio Club di domenica scorsa. Caressa ha chiesto: “di far ascoltare i dialoghi tra Arbitro e VAR come succede in Formula uno tra box e piloti. Una decisione, un’esperienza di calcio totale in cui indecisioni e suggerimenti sarebbero a disposizione di chi paga l’abbonamento“.

Per l’idea di Zenga non ci sarà risposta. Per quella di Caressa, Lega, Presidente FIGC e Nicchi, capo degli arbitri, risponderebbero che basta pagare. Come è successo quando le telecamere entrarono per la prima volta negli spogliatoi. Il calcio è diventato da poltrona: basta lamentarsi se gli spalti sono vuoti.

L’amico Tiziano Pieri, arbitro di calcio figlio di Claudio, il principe degli arbitri liguri, attualmente opinionista in Rai – e non moviolista ma “varrista” – ha fatto i conti al VAR, agli arbitri e agli uomini in cabina di tecnologia facendo una classifica come lo scorso campionato sugli errori arbitrali e sui punti dati e levati dal Robot in campo: il bilancio è dopo 19 gare, il girone di andata.

Il VAR 45 volte ha cambiato una decisione: 10 le espulsioni (due per chiara occasione da rete), 9 gol annullati per fuorigioco, 7 rigori tolti, 2 rigori tolti per fuorigioco. Al primo posto degli arbitri più aiutati dal VAR per aver commesso errori in campo troviamo Mariani di Aprila: 5 decisioni cambiate via TV. Lo segue Valeri con le sue 4 volte. Chi non ha mai usufruito del VAR? Calvarese e Irrati.

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Coloro che non hanno fatto mai cambiare idea attraverso la tecnologia e davanti al video sono stati i direttori di gara: Calvarese, Giacomelli, Manganiello e Tagliavento. L’arbitro più “varrizzato” in cabina di regia è stato Fabbri: il riminese ha infatti fatto cambiare 5 decisioni a chi era in campo.

Il direttore di gara più utilizzato al Var è stato Orsato con 11 presente, quattro in più rispetto a quelle dirette sul terreno di gioco. Grazie Tiziano del lavoro svolto davanti al VAR.

La classifica virtuale senza il Var, a fine girone di andata, sarebbe con la Juventus a 49 punti invece che 47, il Napoli a 46 invece che 48. Un punto in più all’Inter e uno meno al Milan, quattro in meno alla Roma e tre alla Lazio.

 La valutazione della classifica virtuale è con scarto minimo per le altre squadre: cosa vuol dire che non è cambiato nulla rispetto alla moviola degli scorsi anni e a usufruirne sono sempre le stesse squadre? Vuol dire che a fine campionato la sentenza porterà polemiche sempre maggiori visto gli obiettivi da raggiungere.

Un allarme il primato di Orsato in cabina di regia considerato che è il numero uno con Rocchi. Vuol dire che il VAR non funziona bene e bisogna migliorarlo?

Nella foto, la VAR nei locali del “Ferraris”

Un’altra domanda ricorrente: a cosa serve l’AVAR? Serve se sviene il VAR davanti alla televisione o per non perdere i rimborsi spesa, come ai tempi degli addizionali di porta che non contavano molto? Basta il tecnico specializzato che non è un arbitro, l’unico in grado  di moviolizzare nei minimi particolari tutte le azioni dubbie.

Il VAR ha eliminato in parte gli errori dentro le aree di rigore. Errori che continuano come nel passato per interpretazione personale e singola del regolamento fuori dalle aree di rigore del primo arbitro in campo e dai suoi tre collaboratori. In settimana sul tema è arrivato anche il pentimento dei media.

Scoccia vedere documentato solamente il fallo di Khedira su Acquah nel derby a metà campo e non aver visto lo stesso trattamento per il fallo di Behrami, già ammonito, contro Biraschi in Udinese-Genoa, arbitro Maresca con Banti al VAR. Il Vecchio Balordo avrebbe giocato 25 minuti in 10 contro 10. In parità numerica ci sarebbero state le possibilità di cambiare il risultato?

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L’unica nota positiva del VAR è che in campo ci sono state poche proteste, il sale della polemica del ballon italico. Nicchi, il presidente dell’AIA, all’esordio del VAR disse: “Ci aspettiamo minima interferenza e massimo beneficio, non sarà la panacea di tutti i mali e non sarà infallibile”.

Tutto vero, ma il VAR se funzionasse a tutto campo potrebbe sbugiardarlo. Gli arbitri continuano ad applicare il Regolamento a loro uso e consumo e anche loro tentano di scimmiottare la Premier cercando di fischiare poco.

Non sono i fischi a far giudicare la prestazione di un direttore di gara ma, tecnicamente, lo è l’applicazione delle regole, il lato disciplinare, la scelta del momento, il tipo di provvedimento e la modalità di esecuzione dei cartellini gialli e rossi unita al comportamento, alla personalità. Senza gli addizionali di porta, lo è lo spostamento in campo entrando più spesso dentro le aree di rigore e giudicando da sé, non in cabina di Regia.

In questo momento, dopo il girone di andata del campionato 2017/2018, con VAR o senza, la sufficienza è solo per 4/5 arbitri. Insufficienza per gli altri 17 a disposizione di Rizzoli. Proprio quest’ultimo deve migliorare nelle designazioni, che non sempre tengono conto del livello di difficoltà delle gare dal quinto posto in giù della classifica.

Il VARicocele è una dilatazione del Regolamento e visti i consigli, come nella malattia, se non si porranno rimedi gonfieranno i palloni.

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