Le seconde squadre in Europa non sono affatto delle eccezioni o delle novità. Vivono chiaramente di regole particolari per evitare incroci che creino “imbarazzi” di natura sportiva e anche per questo motivo non possono essere promosse nel massimo campionato e devono avere sempre almeno una lega di differenza rispetto alla prima squadra di riferimento. Detto questo, hanno permesso in diversi campionati di far giocare con continuità giocatori che poi sarebbero esplosi una volta promossi in prima squadra. Tanto per fare due nomi noti ai più, quel Thomas Müller ancora in attività nel Bayern Monaco oppure lo Xavi Hernandez che, oggi all’Al Saad, vanta oltre cinquecento presenze nel Barcellona del prima e dopo Guardiola.

In Italia non esistono ancora le seconde squadre, ma esistono le volontà – spesso condivise o interpretate con qualche sfumatura diversa – di provare a crearle. Di recente diffusione sono state le parole di Fabbricini, commissario FIGC, al termine di un incontro con Gravina, presidente della Lega Italiana Calcio Professionistico. Ci vorrà tempo per capire come progettare le seconde squadre e dove inserirle senza alterare gli equilibri già delicati di una Serie C che ogni anno vive di fallimenti e stagioni controverse. Per far sì che entro un paio di stagioni possa nascere questa nuova realtà nel calcio italiano servono stadi che possano fare da campi di casa senza interferire con le prime squadre; serve un regolamento che spieghi se le formazioni in questione possano retrocedere ed essere promosse (e se sì, sino a quale serie); serve trovare una formula adeguata che trovi la disponibilità delle formazioni di Lega Pro ad accettare seconde squadre “satellite” senza che privino totalmente l’iniezione costante di giovani calciatori che, in prestito, rimpinguano le rose delle squadre di Serie C. E poi, ancora, sarà necessario capire se andranno introdotti limiti d’età per chi fa parte di queste squadre e in quali periodi sarà possibile effettuare lo spostamento di un giocatore dalla prima squadra alla seconda in modo tale da non creare scompensi da una giornata all’altra, senza regolamentazione alcuna.

Per fare ancora un parallelo, in un calcio pioniere come quello inglese dove sin dal secondo decennio del Novecento esistono le seconde squadre, l’orientamento è stato quello di agevolare i calciatori più giovani. Esiste a tal proposito un torneo, la Premier League 2, che riproduce la prima serie e la seconda serie dividendo 24 formazioni in due mini campionati da 12 squadre composte soltanto da giocatori Under 23. Oggi, ad esempio, il Brighton U23 sfiderà il Middlesbrough per vedere chi delle due accederà alla finale per salire di grado. Ma poi non ci si dimentichi dell’esempio spagnolo: qui le seconde squadre di Barcellona e Siviglia lottano per non retrocedere dalla Liga2 alla Segunda Division (Serie C italiana) e lo fanno con rose di età media non superiore ai 22 anni. Oppure di quello della Germania, dove dalla terza serie in giù, eccezion fatta per il Werder Brema B, si schierano divisione per divisione tutte le seconde formazioni dei club tedeschi più blasonati. L’incentivo, vista la gran quantità di calciatori sotto i ventitré anni, è sempre il medesimo: mettersi in mostra per ottenere una promozione in prima squadra.

In Italia, oltre ai molti ammiccamenti di Fabbricini e del presidente Gravina, non ha fatto mistero di apprezzare le seconde squadre anche Damiano Tommasi, presidente dell’AIC, che ne aveva fatto un pezzo forte della candidatura alle recenti presidenziali in Lega, terminate in un nulla di fatto. Il ragionamento è molto semplice: creando almeno venti nuove formazioni, anche quei calciatori che, perché giovani o reduci da un infortunio, non trovano modo di giocare con continuità nelle prime squadre, aumentano le possibilità di giocare in maniera agonistica all’interno di campionati dove ci si giocano obiettivi di varia natura.

L’AIC non può che vedere con favore una rivoluzione di questo genere. Vero che le seconde squadre vivrebbero di restrizioni e di motivazioni di classifica meno impellenti, tuttavia la vetrina potrebbe essere anche per gli allenatori. Non ci si meravigli se Zinedine Zidane, tra gli allenatori più vincenti degli ultimi anni, cresce come tecnico nel Real Madrid Castilla, squadra B delle Merengues, prima di sfondare con Ronaldo e compagnia. E come lui seguirono lo stesso percorso altri tecnici di livello: a cavallo tra anni Ottanta e Novanta Vicente Del Bosque (1987-90) e Rafa Benitez (1993-95); Julen Lopetegui, oggi allenatore della nazionale spagnola, fra 2008 e 2009. Nel recente passato, sino al 2016, il già citato Zizou. E nel presente Santiago Solari, ex Real Madrid ed Inter.